Tampone per lo Streptococco B in gravidanza: quando si fa e perché è importante

Tra gli esami previsti nelle ultime settimane di gravidanza ce n’è uno molto semplice, ma particolarmente importante per la salute del neonato: il tampone vaginale e rettale per la ricerca dello Streptococco di gruppo B, chiamato anche GBS o SGB.

Lo Streptococco B può essere presente nell’intestino e nell’apparato genitale senza provocare alcun disturbo alla futura mamma. Il problema nasce al momento del parto, perché il batterio può essere trasmesso al bambino durante il travaglio o dopo la rottura delle membrane.

Cos’è lo Streptococco di gruppo B

Lo Streptococcus agalactiae, o Streptococco di gruppo B, è un batterio che può colonizzare temporaneamente l’organismo senza provocare sintomi. Essere positive al tampone, quindi, non significa essere malate e non significa avere contratto un’infezione sessualmente trasmissibile.

La colonizzazione può comparire e scomparire nel corso del tempo. Per questo il test viene effettuato verso la fine della gravidanza, quando il risultato è più utile per prevedere la possibile presenza del batterio al momento del parto.

Quando si fa il tampone

Le linee guida italiane raccomandano di offrire lo screening a tutte le donne in gravidanza tra la 36ª e la 37ª settimana, attraverso un tampone vaginale e rettale. Il prelievo è rapido e generalmente poco fastidioso. Viene raccolto del materiale prima dalla vagina e poi dalla zona rettale, che viene successivamente analizzato in laboratorio.

La scelta delle ultime settimane non è casuale: una coltura eseguita troppo presto potrebbe non rappresentare correttamente la situazione presente al momento del parto.

Perché è importante farlo

Nella mamma la presenza dello Streptococco B spesso non dà alcun sintomo. Il neonato, invece, può sviluppare un’infezione, soprattutto nei primi giorni di vita. L’obiettivo dello screening è quindi identificare le donne colonizzate e ridurre il rischio di infezione neonatale precoce attraverso una terapia antibiotica somministrata durante il travaglio.

Questo non significa che un bambino nato da una mamma positiva svilupperà necessariamente un’infezione. Il tampone serve proprio a individuare le gravidanze nelle quali è opportuno adottare una misura preventiva.

Cosa succede se il tampone è positivo

Un tampone positivo non richiede generalmente una terapia antibiotica immediata durante la gravidanza soltanto per eliminare la colonizzazione. La strategia preventiva consiste invece nella somministrazione di antibiotici durante il travaglio, in modo da ridurre la quantità di batteri presenti e quindi il rischio di trasmissione al bambino.

Il farmaco e le modalità di somministrazione vengono stabiliti dal personale sanitario, tenendo conto anche di eventuali allergie agli antibiotici.

E se il tampone non è stato fatto?

Può accadere che il travaglio inizi prima dell’esecuzione del test oppure che il risultato non sia ancora disponibile.

In queste situazioni il personale sanitario valuta la presenza di fattori di rischio, come parto pretermine, febbre durante il travaglio o rottura delle membrane prolungata, per decidere se sia indicata la profilassi antibiotica. Esistono inoltre situazioni nelle quali la profilassi può essere indicata indipendentemente dal tampone, per esempio se durante la gravidanza è già stata riscontrata la presenza di Streptococco B nelle urine o se una precedente gravidanza si è complicata con un’infezione neonatale da GBS.

E in caso di parto cesareo?

Anche chi programma un cesareo viene normalmente sottoposta allo screening. e però il cesareo viene effettuato prima dell’inizio del travaglio e con membrane ancora integre, la profilassi antibiotica specifica contro lo Streptococco B non è generalmente necessaria, anche in caso di tampone positivo.

Il motivo per cui il test viene comunque eseguito è semplice: travaglio o rottura delle membrane possono iniziare prima della data programmata.

Un esame semplice che protegge il neonato

Il tampone per lo Streptococco B richiede pochi minuti, non comporta procedure invasive e permette di organizzare in anticipo l’assistenza al momento del parto. Un risultato positivo non deve quindi creare allarme: serve soprattutto a fornire ai medici un’informazione utile per proteggere il bambino nelle ore in cui il rischio di trasmissione è maggiore.

Per questo, nelle ultime settimane di gravidanza, è importante verificare con il ginecologo che anche questo controllo sia stato programmato.

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